Da Crisi ad opportunità: l’occasione di sviluppare le udienze civile e penali da remoto

Estratto dal “Notiziario Forense” del Sindacato degli Avvocati di Firenze e Toscana, n. 110 Anno XLVIII del 3.04.2020 Notiziario Forense edizione speciale 2020.

 

 

Finalmente avevamo iniziato ad abituarci alle varie tipologie di processo telematico (civile, amministrativo, contabile e tributario) ed al consenguente e diverso modello di gestione dello studio legale, quando siamo stati investiti – in pieno ed improvvisamente – dall’emergenza connessa alla pandemia da Covid-19.

Le misure adottate nel settore giustizia si sono concretate prima nel DL 8 marzo 2020, n. 11, che ha introdotto importanti – e per adesso temporanei – cambiamenti:

– l’art. 1, 6° co., ha esteso l’obbligatorietà – in via esclusiva – e fino al 31 maggio 2020, del deposito telematico anche di tutti gli atti e documenti prima soggetti al regime di deposito telematico facoltativo (cfr. D.Lgs. 179/2012, art. 1-bis, comma 16 bis).

– è stato ugualmente reso obbligatorio il pagamento del contributo unificato e delle anticipazioni forfettarie mediante pagamento telematico;

– l’art. 2, 2° co., lett. f) ha inoltre previsto lo svolgimento delle udienze civili “che non richiedono la presenza di soggetti diversi dai difensori e dalle parti” attraverso collegamenti da remoto ed al successivo 7° co., ha previsto per alcune tipologie di procedimenti penali, la partecipazione a qualsiasi udienza delle persone detenute, internate o in stato di custodia cautelare è assicurata, ove possibile, mediante videoconferenze o con collegamenti da remoto.

In entrambi i casi l’individuazione delle modalità di collegamento è stata demandata alle indicazioni del Direttore generale dei sistemi informativi e automatizzati del Ministero della giustizia (DGSIA) il quale, con provvedimento del 10 marzo 2020, ha, a sua volta, comunicato che gli strumenti utilizzabili sono “Skype for Business” e “Microsoft Teams”.

Misure confermate ed ampliate con il DL 18/2020 nel quale l’art. 83, 7° co., di nuovo rinviando alle disposizioni del DGSIA (assunte con provvedimento del 20.03.2020) che ha introdotto:

– f) la previsione dello svolgimento delle udienze civili che non richiedono la presenza di soggetti diversi dai difensori e dalle parti mediante collegamenti da remoto individuati e regolati con provvedimento del DGISA. Lo svolgimento dell’udienza deve in ogni caso avvenire con modalità idonee a salvaguardare il contraddittorio e l’effettiva partecipazione delle parti. Prima dell’udienza il giudice fa comunicare ai procuratori delle parti e al pubblico ministero, se è prevista la sua partecipazione, giorno, ora e modalità di collegamento. All’udienza il giudice dà atto a verbale delle modalità con cui si accerta dell’identità dei soggetti partecipanti e, ove trattasi di parti, della loro libera volontà. Di tutte le ulteriori operazioni è dato atto nel processo verbale;

– g) la previsione del rinvio delle udienze a data successiva al 30 giugno 2020 nei procedimenti civili e penali, con le eccezioni indicate al comma 3;

– h) lo svolgimento delle udienze civili che non richiedono la presenza di soggetti diversi dai difensori delle parti mediante lo scambio e il deposito in telematico di note scritte contenenti le sole istanze e conclusioni, e la successiva adozione fuori udienza del provvedimento del giudice.

In conseguenza di ciò, il CNF ed il CSM hanno approvato due protocolli diretti ad assicurare linee guida unitarie per la regolamentazione degli uffici giudiziari e per lo svolgimento delle udienze penali e civili, che prevedono due fasi: una fino al 15 aprile e l’altra per il periodo 15 aprile – 30 giugno 2020.

Le criticità.

La semplice lettura degli strumenti normativi e soprattutto dei provvedimenti della DGSIA rende evidente che la situazione emergenziale ha impedito una seria indagine sugli strumenti al momento disponibili ed ha in pratica costretto l’adozione delle piattaforme già precedentemente utilizzate dal Ministero (Skype e Microsoft Teams).

L’estensione dell’obbligatorietà – in via esclusiva e fino al 31 maggio 2020 – del deposito telematico anche a tutti gli atti e documenti prima soggetti al regime di deposito telematico facoltativo (doppio binario) è stata fino ad adesso utilizzata per il deposito di fascicoli complessi, composti da molti documenti cartacei di lunga e/o complessa scannerizzazione, o di ardua leggibilità. Il DL sotto questo profilo ha letteralmente ignorato l’evidente problema sotteso: quello dell’ampliamento dei formati documentali depositabili per via telematica. Ad oggi, infatti, il processo civile telematico non consente il deposito di files audio o video (limitazione molto grave specialmente in relazione alle controversie che richiedono l’esame di documenti di diagnostica clinica). Quindi in tali casi il difensore dovrà comunque recarsi in cancelleria per depositare tali documenti con buona pace dell’intento delle misure emergenziali di distanziamento sociale.

Per quanto riguarda le udienze civili è stata quindi prevista la la possibilità di celebrare le udienze che possano svolgersi con la presenza dei soli difensori, in via cartolare – mediante gli strumenti del PCT – la videoconferenza è invece riservata a quelle udienze in cui non sia prevista la presenza di altre persone, oltre ai difensori e alle parti (udienza di comparizione dei coniugi davanti al presidente o al collegio, amministrazione di sostegno).

Lo svolgimento di tali udienze in videoconferenza non è così semplice: viene a dipendere sia dalla capacità e volontà del singolo giudice, sia dal fatto che tutti i soggetti partecipanti siano adeguatamente formati sull’uso delle suddette piattaforme, sia dalla massima puntualità circa l’orario indicato per la trattazione, sia, infine, dall’assenza di problemi tecnici nel funzionamento di tutti gli strumenti telematici utilizzati/utilizzabili.

Qualora tutte le predette condizioni non si verifichino ecco che si corre il rischio di un prevedibile ricorso al piano B, previsto dalla lettera h) dell’art. 83 7° co.: lo svolgimento delle udienze civili potrà svolgersi “… mediante lo scambio e il deposito in telematico di note scritte contenenti le sole istanze e conclusioni, e la successiva adozione fuori udienza del provvedimento del giudice”.

Il ripiego sulla cd. “udienza figurata” rende quindi assai probabile che l’ambito di applicazione della video-udienza sarà – per il momento – assai ridotto. Ciò non di meno non si può che plaudere alla novità. L’effettiva possibilità di valutare l’utilizzo effettivo, concreto, nella quotidiana pratica processuale e stragiudiziale, di piattaforme da remoto potrebbe essere l’occasione per individuare le necessarie modifiche legislative da apportare ai codici di rito e le migliori prassi adottabili, e magari anche alla possibilità di utilizzare strumenti opensource, spesso di ben più facile utilizzo di quelli imposti nel regime emergenziale.

Niente impedisce che, con l’accordo delle parti, si possa ricorrere alla udienza celebrata mediante la videoconferenza, anche successivamente al termine del 31 maggio 2020. Il principio di libertà delle forme e i poteri di direzione dell’udienza riconosciuti al Giudice gli permettono di proporre la trattazione in videoconferenza a tutte le parti o, in alternativa, a quelle che ne abbiano fatto motivata richiesta. Lo strumento, superata la prima iniziale difficoltà, è infatti potente: offre ai partecipanti la possibilità di un immediato scambio di documenti (che saranno poi depositati nel fascicolo telematico), di condividere ciò che appare sullo schermo del proprio PC, consente la trattazione a distanza di udienze anche con soggetti che hanno difficoltà a recarsi in Tribunale.

Per quanto attiene il processo penale, dopo il termine emergenziale del 31 maggio 2020, riemergerà la piena vigenza dell’art. 146 bis disp. att. cpp, che limita l’utilizzo di sistemi di videoconferenza, sia sotto il profilo soggettivo, sia in relazione al mezzo tecnico utilizzabile. Ma con la collaborazione delle parti e dei loro difensori, i mezzi tecnologici attualmente previsti potrebbero essere messi a disposizione dei Giudici di Pace, o di sezioni distaccate di Tribunale in luoghi remoti, con evidente risparmio di tempo e denaro pubblico. Certo è che che l’estensione delle attuali misure emergenziali potrebbe condurre ad una forte smaterializzazione del processo penale sino ad oggi contestata dall’Unione delle Camere Penali, soprattutto in presenza di imputati liberi.

Lo smart working nello studio legale.

L’utilizzo di strumenti che consentano udienze, riunioni, meeting, mediante collegamenti da remoto è qualcosa che non sarà completamente persa al termine del periodo emergenziale. Dopo aver superato le iniziali difficoltà dovute alla necessità di apprendere delle competenze telematiche diverse da quelle alle quali eravamo quotidianamente abituati, buona parte dei professionisti (avvocati inclusi) ha avuto modo di acquisire confidenza con i vari strumenti di collegamento remoto e quindi valutare gli indubbi vantaggi che essi comportano.

La possibilità di presenziare personalmente, o per delega, ad udienze, anche in città distanti dalla sede principale dello studio senza bisogno di spostarsi fisicamente, unita alla possibilità di tenere in modalità “figurata” alcune udienze in cui – spesso dopo lunghe attese – l’attività di udienza è veramente ridotta al minimo, potrebbe veramente condurre a quella semplificazione e snellimento del processo civile, in verità, da tempo e da più parti invocata.

Facendo un passo indietro e guardando il quadro da una maggiore distanza non si deve dimenticare che le udienze in video conferenza mediante connessione remota sono un aspetto del c.d. Smart-working, traducibile in “lavoro agile”, ma soprattutto in “lavoro intelligente”. Connessioni remote che potranno interessare l’avvocato non solo per le attività di udienza, ma anche (e già in tal modo da tempo vengono ampiamente utilizzate) per le relazioni con gli assistiti, colleghi ed altri professionisti. Dopo l’attuale esperienza sarà forse possibile anche ripensare le modalità del rapporto di lavoro con i dipendenti dello studio legale ed anche del diverso rapporto con i collaboratori dello studio.

Lo smart-working è quindi destinato a sopravvivere al periodo emergenziale perché aumenta la produttività del singolo, sia in termini quantitativi sia riguardo a parametri specifici (ad es. il rispetto delle scadenze) e riduce le assenze per malattia o per ragioni personali dallo studio. Tutto ciò per ragioni evidenti in primo luogo permette infatti una maggiore e più flessibile organizzazione della propria attività quotidiana ed inoltre perché elimina lo stress derivante dalla necessità di spostamento quotidiano (autobus iperaffollati e ingorghi nel traffico).

Lo smart-working riduce inoltre il ricorso alla carta e diminuisce quindi il bisogno di spazio fisico in cui collocare lo studio legale, con vantaggi in termini di canoni di locazione e consumi. Lo smart-working ha inoltre un altra importante ricaduta assicura alle donne una migliore soluzione al problema di dover gestire le diverse esigenze e necessità di casa e ufficio, figli e lavoro, comporta anche la trasformazione degli atteggiamenti maschili più inveterati, centrati sulla predominanza del lavoro über alles.

Gli svantaggi sono quelli evidenti: l’abuso o l’uso improprio degli strumenti può al contrario portare ad una riduzione della produttività o della qualità del lavoro; vi sono evidenti rischi sulla conservazione dei dati e delle informazioni raccolte in forma adeguata. Vi sono infine rischi di un ennesima “digital divide” in primis tra coloro che potranno utilizzare lo smart-working e quelli che invece ne saranno esclusi, per ragioni soggettive o cause oggettive, in secundis, tra gli studi legali che lo utilizzeranno come normale modello di gestione e quelli studi che di tale modello saranno privi.

In ogni caso diciamoci la verità: il problema principale nell’adozione dello smart-wworking come modello di organizzazione dello studio legale non risiede tanto nella necessaria conoscenza, da parte di “tutti” i componenti delle tecnologie telematiche connesse, ma proprio nella alterazione del rapporto tra la vita privata e attività lavorativa, e soprattutto nel necessario ripensamento dell’elemento “fiducia” nei rapporti con colleghi, collaboratori e dipendenti.

L’INNOVAZIONE TECNOLOGICA NEGLI STUDI LEGALI

Estratto dal “Notiziario Forense” del Sindacato degli Avvocati di Firenze e Toscana, n. 109 Anno XLVII del 23.12.2019 Notiziario-forense-2019.

Cercare di fare il punto sullo stato dell’innovazione tecnologica negli studi legali e sugli strumenti tecnologici nei quali gli studi legali ed i singoli professionisti dovrebbero investire, è un obiettivo assai difficile e sfuggente.

In principio era il verbo.
Senza voler risalire ad un tempo così remoto ed al primo strumento di lavoro dell’Avvocato: la voce; è innegabile che, dal secondo dopoguerra agli anni ‘90 inoltrati, la classe forense ha goduto di un lungo intervallo di pace tecnologica “guastata” da poche – ma decisive – iniezioni di tecnologia in grado di influenzare profondamente il metodo di lavoro e quindi di provocare effettivi mutamenti nella struttura interna dello studio legale e nei rapporti tra questo ed il mondo esterno.
In primis: la fotocopiatrice (che ha determinato l’estinzione della velina e della carta-carbone) e, poi, quasi contemporaneamente, la comparsa del telefax e della videoscrittura (sotto questo aspetto i primi PC non hanno avuto uguale portata innovativa: inizialmente furono considerati solo dei sistemi di videoscrittura più evoluti; il vero cambiamento si è avuto solo con la loro interconnessione mediante una rete informatica: la cosiddetta LAN1).
La successiva comparsa dei servizi email, pur semplificando enormemente il sistema di comunicazioni, verso soggetti esterni, ma anche interni, allo studio legale, non ebbe simili ricadute in quanto l’email – a differenza del telefax – non consentiva una trasmissione della comunicazione perfettamente fruibile in ambito legale e/o processuale.
La vera rivoluzione tecnologica si è infatti avuta solo con la successiva introduzione del sistema di posta elettronica certificata – la PEC – e quindi con la trasmissione di atti e documenti avente valore legale, non solo in ambito prettamente processuale, ma anche in sede stragiudiziale. L’altro grande spunto si è avuto con la massiccia diffusione degli smartphone e delle reti telematiche dagli stessi utilizzate.
A partire da tali “sdoganamenti” – e fatta eccezione per la firma digitale, il processo civile telematico e la fatturazione elettronica tutti imposti ope legis – la quantità e varietà delle innovazioni disponibili, e la loro crescente velocità di sviluppo e mutazione, è divenuta praticamente ininterrotta e per molti aspetti disorientante.
Risulta pertanto molto difficile dare indicazioni su quali strumenti tecnologici investire. Tuttavia si possono tentare alcune ipotesi.

Let the numbers talk.
Iniziamo “lasciando parlare i numeri”, come dicono gli anglosassoni. Pur senza attribuire valenza di dogma ai dati statistici, qualche cosa possiamo imparare.
Una recente ricerca condotta e pubblicata dall’Osservatorio Digital Innovation del Politecnico di Milano, nell’ambito delle professioni della sfera giuridico-economica, ha accertato che l’investimento nell’innovazione tecnologica da parte degli studi professionali nel 2018 si è incrementato del 7,9% rispetto al 2017, registrando un spesa complessiva annua di circa 1,3 miliardi di euro.
Questa considerevole mole di denaro è stata spesa nella maggior parte degli studi professionali – e per chiaro effetto dell’obbligo legislativo – per la firma digitale (97%), per la fatturazione elettronica (passata dal 42% all’82%) e per l’archiviazione digitale dei documenti (47%2).
Oltrepassando il confine del law driven, gli altri settori in via di sviluppo, pur se timido, risultano essere: la conservazione digitale (45%), le VPN (le reti virtuali private3 – 44%); le videochiamate (Skype, Hangout, Slack, ecc. – 42%); gli strumenti di e-learning4 (23%), i software per il controllo di gestione (+9%), i portali per la condivisione di documenti con la clientela (+10%) e i software di gestione documentale (+7%).
Si scende invece a numeri praticamente inesistenti nel caso dell’adozione di tecnologie avanzate quali i sistemi di Business Intelligence5 (3%), la Blockchain6 (2%) e i sistemi di IA (Intelligenza artificiale7) (1%).
Sono dati che testimoniano l’esistenza di un aumento degli investimenti anche in tecnologie, estranee al dettato normativo, a sua volta collegato sia ad una corrispondente crescita della cosiddetta alfabetizzazione informatica degli studi professionali e dei singoli professionisti sia, contemporaneamente, ad una migliore comprensione sull’utilità che gli strumenti digitali possono apportare alle attività giuridico-economiche.
Risultano altresì ancora poco diffusi sia l’utilizzo di un sito internet dello studio professionale (che da alcuni anni è attestato intorno al 38%) sia la presenza degli studi sui vari social network (Facebook, Linkedin, ecc., 29%). In entrambi i casi, peraltro, la presenza sul web e sui social spessissimo si riduce alla realizzazione di una semplice vetrina dello studio, quasi completamente priva di canali di comunicazione bidirezionali tra lo studio/professionista ed il cliente/utente. Pochissime web o social pages permettono una interazione ottimale offrendo, per esempio alla platea dei clienti/utenti un’area, ad accesso riservato, dove reperire e/o depositare i documenti relativi alle pratiche/cause affidate o usufruire di una comunicazione (magari criptata) con il professionista di riferimento, ecc.
Ciò è chiaro sintomo di un approccio culturale nei confronti dell’ICT che è ancora in gestazione e che stenta a comprendere appieno la reale priorità dell’innovazione tecnologica per la crescita dello studio sotto i vari aspetti.
D’altra parte i dati raccolti dall’Osservatorio milanese hanno evidenziato una diretta correlazione tra il livello di innovazione implementato e la crescita dello studio: a bassi livelli innovazione corrisponde una crescita nel 57% dei casi; a livelli medi corrisponde una crescita nel 60% dei casi che sale al 69% qualora si siano raggiunti alti tassi di innovazione.
La spesa per l’innovazione tecnologica mediamente affrontata dagli studi professionali è stata moderata – 3.000-10.000 euro, ma, a quanto risulta dai dati, sono proprio gli studi legali che registrano le maggiori punte di investimento: 100.000/250.000 euro nel caso delle law firm più grandi, mentre gli studi di dimensioni più piccole si attestano su di un investimento medio di circa 6.000 euro annui (ma di questi, ben pochi vengono spesi in tecnologie prettamente legate alla ICT8).
In ogni caso si deve tener presente che il nostro paese è una realtà che vede, ancora oggi, il fenomeno per cui due studi legali su tre sono composti da singoli professionisti e questo rappresenta un notevole freno all’espansione dell’investimento tecnologico ed amplia anche sotto questo peculiare aspetto il divario, non solo economico, ma anche strutturale, organizzativo, tra piccoli e grandi studi, con importanti ripercussioni sulla capacità di attrazione della clientela, o perlomeno di quella parte appartenente all’ambito societario.
I dati raccolti dall’Osservatorio confermano, se mai ce ne fosse stato bisogno, quanto fotografato nel progetto di ricerca “Una professione plurale. Il caso dell’avvocatura fiorentina” condotto dall’Università di Firenze e finanziato dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Firenze, la cui restituzione è avvenuta nel corso dell’evento formativo “Parliamo di noi. Indagine sull’avvocatura fiorentina9”, tenutosi il 19 gennaio 2018.
Paradossalmente gli avvocati, nella ricerca dell’Osservatorio, sono i professionisti col budget più limitato ma con la crescita di spesa più significativa (+22,6%). Altro chiaro segno sia della profonda crisi che da anni colpisce la categoria, ma anche della volontà di uscire da tale impasse pur con la limitatezza di mezzi a ciò dedicabili.
Secondo il Censis il 71% degli Avvocati è fortemente insoddisfatto della propria condizione attuale che valuta molto al di sotto delle aspettative, e travolti (più che coinvolti) da una forte evoluzione dovuta proprio alla disponibilità di mezzi tecnologici: nella relazione con il cliente, nella pratica quotidiana, nella concorrenza diffusa, nella richiesta di servizi multidisciplinari, nell’organizzazione del lavoro e dello studio.
Ecco che sotto questo aspetto l’innovazione digitale dello studio, declinata sia sotto forma di acquisto di nuovi strumenti tecnologici, ma soprattutto sotto il profilo di una crescita culturale sul funzionamento e le possibilità offerte dagli strumenti medesimi, costituiscono una via – non certamente l’unica né quella predominante – per uscire dall’impasse, adeguando la portata dell’innovazione alla propria idea di professione ed ai propri valori professionali, e cessando di vivere l’innovazione tecnologica come condizione di sopravvivenza imposta dall’esterno, ope legis.

Quindi?
Dopo aver ascoltato la voce dei numeri siamo ora in grado di avanzare alcune considerazioni.
Il fattore determinante nello sviluppo dell’innovazione tecnologica del proprio studio legale richiede quindi una valutazione attenta sulla possibilità di utilizzare un percorso “personalizzato”, dovendosi intendere con questo, il rigetto di una scelta aprioristica consistente nell’acquisto, sic et simpliceter, delle soluzioni hardware/software predisposti dalla maggiori case editrici e/o software houses.
In parole più semplici il percorso innovativo deve avere un approccio “strategico”, magari anche di lungo respiro, ma in ogni caso non casuale. E ciò vale anche – ma soprattutto – per le piccole realtà professionali.
Sotto questo profilo il percorso innovativo prescinde sia dalla dimensione dello studio, sia, oltre una soglia minima, dal budget utilizzabile. Quello che veramente è, e diventa, determinante, è invece la propensione all’innovazione tecnologica.
Il percorso di innovazione tecnologica è declinabile in due diverse direzioni: investire nella cosiddetta ICT (Information and Communications Technology) nella quale rientrano l’acquisto di componenti hardware/software, oppure investire nella cd. “digital transformation” cioè nella modifica dei processi di gestione del lavoro, dello studio.
La scelta tra i due modelli non è, né può essere, aprioristica, ma deve essere il punto di arrivo di una analisi individuale della propria REALE realtà professionale e degli obiettivi futuri REALMENTE perseguibili dal professionista, dallo studio.
Il passo forse più semplice; più immediato ed anche minormente impegnativo sotto il profilo economico, richiede una riflessione sullo sfruttamento del software gestionale dello studio (e per chi non l’ha mai usato richiede una riflessione sulla opportunità della sua acquisizione).
Pochissimi professionisti – anche quelli dotati di programmi di costo elevato – ne sfruttano appieno le molteplici e reali potenzialità.
Ad oggi il gestionale viene utilizzato principalmente come agenda digitale-scadenziario, come strumento di redazione degli atti e documenti, come interfaccia PCT, come programma di gestione della fatturazione/contabilità.
Rari sono i casi in cui il software viene utilizzato per un vero e proprio “controllo di gestione” dello studio e addirittura rarissimi i casi in cui ne vengono valorizzate le enormi capacità di relazione/comunicazione con l’esterno dello studio (clienti/collaboratori/fornitori).
La scelta che appare più velocemente adottabile sembra quindi quella di orientarsi verso la creazione di un complesso hardware/software che permetta una gestione integrata dello studio realizzata completamente in cloud; o con un server proprio oppure mediante l’acquisto di uno spazio server dotato dei necessari requisiti di sicurezza (sono ormai tantissimi i soggetti fornitori sia in Italia che nell’ambito dell’Unione Europea ed a prezzi annui assolutamente abbordabili).
Tale complesso hardware/software dovrebbe permettere l’integrazione dei vari componenti necessari all’attività professionale quotidiana ed annuale dello studio: l’agenda; la gestione aggregata delle varie caselle email e PEC; l’elenco delle scadenze; la redazione di atti e documenti; la gestione del PCT; il controllo di gestione dello studio; la gestione della contabilità e quindi della fatturazione anche in forma elettronica; l’archiviazione digitale di tutti i dati prodotti; la conservazione sostitutiva di quelli soggetti a tale esigenza; ed infine un modulo CRM (Custom Relationship management).
Quest’ultimo è un componente da valorizzare con cura: ad oggi sono pochi i professionisti e gli studi che hanno implementato dei sistemi di relazione con la clientela a carattere digitale. E questi sistemi generalmente si limitano a consentire alla clientela l’accesso al relativo fascicolo e/o la verifica dello stato della pratica.
Diversamente tali moduli consentono molti altri vantaggi: la gestione quotidiana della relazione col cliente (utile specialmente con le società di medie/grandi dimensioni); il monitoraggio costante ed in tempo reale della situazione contabile e della gestione dei costi dello studio, sia per singola pratica che complessivamente. In ultimo strumenti del genere permettono, senza ulteriori complicazioni, una semplice e corretta gestione degli adempimenti GDPR (privacy) con i vari destinatari della comunicazione.
Anche per quanto riguarda l’innovazione tecnologica dello studio, come per altri aspetti della professione legale in questo momento, la sfida da affrontare è quella di riuscire a interpretare il passaggio al digitale come una opportunità per adottare soluzioni frutto della propria idea di professione e dei propri valori, invece che subirlo come uno stato di sopravvivenza imposta e regolamentata dall’esterno.

Intelligenza artificiale vs. Intelligenza professionale.

Mi permetto a questo una divagazione dal tema di questo articolo. O meglio più che una divagazione è il tentativo di gettare uno sguardo su un futuro tecnologico sociale/professionale che ad oggi non è ancora ben comprensibile, né tantomeno prevedibile nelle sue ricadute reali.
La AI (artificial intelligence) cioè l’intelligenza artificiale ha ormai fatto il suo ingresso anche nella realtà giuridica/legale. Viene usata anche in Italia (per adesso limitatamente ai grandi studi legali) e rappresenta un tema di interesse e sviluppo anche da parte del Ministero della Giustizia (anche sotto il profilo della cd giustizia predittiva, chiaramente per il considerevole risparmio che potrebbe apportare in termini di bilancio).
Mi sembra necessaria una breve premessa: non si deve confondere l’AI con l’informatizzazione – già presente in varia misura – negli studi professionali, non si deve cioè “ridurla” a una forma di informatizzazione più sofisticata, più costosa, che pertanto riguardi solo realtà professionali di rilevanti dimensioni. L’intelligenza artificiale è qualcosa di completamente diverso.
Da molte e diverse fonti – ed ormai da tempo – si adombrano scenari tetri nei quali si afferma una equivalenza tra sviluppo dell’intelligenza artificiale e scomparsa (o quasi) della professione legale, della figura dell’avvocato.
Per i pessimisti gli ingredienti ci sono tutti.
Fino ad oggi le “macchine” potevano competere con gli uomini solo sul piano delle abilità puramente fisiche, e non invece su quello delle facoltà cognitive.
In virtù di ciò le precedenti “rivoluzioni” tecnologiche se da un lato hanno decretato l’estinzione di una ampia tipologia di lavori manuali dall’altro, soprattutto nel settore dei servizi, hanno creato nuove tipologie professionali, nuovi lavori che richiedevano abilità cognitive possedute solo dagli uomini: apprendimento, analisi, comunicazione, ma – soprattutto – la comprensione delle dinamiche emotive umane.
La professione giuridica/legale (ma chiaramente non solo quella) richiede molto spesso, oltre alla conoscenza delle norme di legge sostanziali e/o processuali e quindi dei diritti/obblighi (che deve darsi per scontata, sottintesa), un ulteriore valore aggiunto: l’abilità di valutare correttamente le dinamiche emotive, i desideri, gli interessi degli altri soggetti coinvolti nella vertenza/controversia/trattativa.
Fino ad oggi si pensava fermamente che queste dinamiche, desideri, interessi potessero essere compresi e gestiti solo dagli umani, e ciò a causa della loro presupposta “immaterialità”. L’evoluzione della scienza, in particolare delle neuroscienze e delle biotecnologie, hanno invece appurato che emozioni, dinamiche, desideri, interessi sono in realtà una sorta di algoritmi, di tipo chimico, biologico, ma comunque algoritmi e come tali gestibili, computabili, prevedibili mediante altri algoritmi anche digitali.
Sulla scorta di ciò e con la sua utilizzazione da parte dell’intelligenza artificiale tutto è cambiato: le macchine hanno iniziato a superare le prestazioni degli uomini in un numero crescente di competenze e mansioni, inclusa la comprensione delle dinamiche emotive umane.
Sono quindi nati software in grado di acquisire una mole impressionante di documenti, in qualsiasi forma e lingua, dai quali, una volta digitalizzati, gli algoritmi riescono ad individuare fatti, circostanze ricorrenti, frasi più frequentemente utilizzate in relazione alla violazione dei diritti fondamentali, in tema i proprietà intellettuale, di valutazione del rischio di recidiva nella commissione di specifiche tipologie di reati, per valutare l’opportunità, la convenienza di acquisizioni e/o fusioni o di complesse operazioni societarie internazionali, fino a giungere alla medesima valutazione in ordine a singoli contratti di locazione, contratti di servizio, rapporti di lavoro.
Gli algoritmi relativi alla cd. giustizia predittiva assicurano – negli specifici settori del diritto nei quali finora sono stati utilizzati – un margine di errore di circa il 2%, a fronte di un margine di errore umano (magistrati/avvocati) che si attesta in una forbice compresa tra il 20/30%.
In Italia per adesso tale rischio non esiste. E’ scongiurato tra l’altro da un parere del Consiglio di Stato (il n. 1438 del 24/02/1994) che occupandosi di questioni interpretative relative al D.Lgs. 12 febbraio 1993 n. 39 (Norme in materia di sistemi informativi automatizzati delle amministrazioni pubbliche) nega ogni possibilità di estendere, con regolamento attuativo, la disciplina relativa alle modalità di formazione di atti con procedure automatizzate anche ai provvedimenti giudiziari10.
Un ulteriore bastione è offerto dal tanto – ingiustamente vituperato – Codice Privacy e dal GDPR. Entrambi gli strumenti normativi escludono che un atto, un provvedimento giudiziario e/o amministrativo che implichi una valutazione del comportamento umano, possa fondarsi unicamente su un trattamento automatizzato.
Ma sono ostacoli destinati a durare?
Sono considerazioni che effettivamente possono far tremare, anche perché lo sviluppo esponenziale di tali software, degli algoritmi sui quali sono basati, permetteranno ai grandi studi legali di “ramazzare” anche quei settori di clientela che, fino ad oggi, non rivestivano per loro un interesse economicamente apprezzabile e che, fino ad oggi, hanno consentito il sopravvivere della professione svolta individualmente o con studi composti da pochi associati.
Non bisogna e no si deve però essere pessimisti. Come sempre l’innovazione reca in se’ dei vincoli, degli autolimiti. Innanzitutto la possibilità che un giudice/algoritmo possa giungere ad adottare provvedimenti dipende dalla preventiva soluzione di una assai complessa questione: la scelta delle basi su cui fondare l’algoritmo predittivo. Dovrà adottarsi una base statistica (attualmente utilizzata nei sistemi di common law) oppure dovrà essere utilizzata una base diversa?.
Con i tempi medi del nostro Parlamento nell’affrontare temi che pur se a carattere tecnologico, richiedono a monte una scelta etica, ritengo che continueremo a conoscere l’attuale modello di giustizia per moltissimi anni ancora. Se poi mettiamo in conto anche l’adozione dei decreti attuativi, magari interministeriali… renderemmo la vita molto difficile anche al miglior algoritmo predittivo.
A prescindere dalle facili battute, per cui chiedo perdono, dobbiamo essere invece ottimisti e possiamo vedere lo sviluppo tecnologico in atri termini.
L’evoluzione degli algoritmi eliminerà al professionista la fatica ed il tedio della parte più “meccanica”, più ripetitiva, della professione, dando nel contempo risalto al vero valore aggiunto dell’Avvocato: la sua prestazione intellettuale.
Gli algoritmi potranno utilmente e velocissimamente interpretare con basso margine di errore una mole enorme di documenti e quindi di informazioni, ma alla fine sarà/dovrà essere comunque l’Avvocato a trarre le conclusioni utili per l’assistito e sarà una conclusione frutto esclusivo della sua preparazione ed della sua esperienza.
Ritengo che non vi sarà la vittoria dell’intelligenza artificiale sull’intelligenza professionale, ciò che molto probabilmente si affermerà sarà una sorta di “Intelligenza aumentata”, in grado di unire entrambe e di migliorare sia la qualità della prestazione professionale sia in definitiva la stessa vita del professionista.
Certo è che tale combinazione intelligenza artificiale/avvocato importerà grande trasformazioni nel modo di vivere la professione; trasformazioni che richiederanno anche il ripensamento dei modelli formativi a partire dal livello accademico.

Conclusioni.
Mi si permetta di concludere (e mi si perdoni per questo) attingendo a piene mani alle conclusioni raggiunte nel già citato studio condotto dall’Università di Firenze: “I modi in cui avvocati e avvocate organizzano il loro lavoro, rispondono alle domande provenienti dalla clientela, strutturano le relazioni tra di loro, sono tutti processi che hanno a loro volta effetti sulla società, e concorrono a modificarla. Più ancora, la presenza attiva di questi professionisti nella vita sociale, nella politica, nell’associazionismo sociale e civile, nelle amministrazioni pubbliche e private, può contribuire a indirizzare il cambiamento, attraverso le soluzioni ai problemi via via individuate, la messa a disposizione di competenze specialistiche e di risorse cognitive, l’individuazione di percorsi innovativi.11”.
Personalmente ritengo che quanto sopra dedotto non realizzi la fotografia di una situazione meramente locale – il caso dell’Avvocatura fiorentina – ma si possa estendere ad un ambito ben più generale, oserei dire ontologico, dell’Avvocatura e che rappresenti veramente un obiettivo meritevole di azione sia sul piano individuale, che collettivo attraverso gli enti istituzionali che associativi.
Sotto il profilo della “politica forense” l’evoluzione tecnologica del settore giustizia, in special modo quella non ancora prossima dello sviluppo e dell’adozione degli algoritmi giudiziari, richiederà a noi avvocati, alle nostre associazioni una grande opera: dovremo pretendere il controllo della procedura di informatizzazione; reclamare la nostra presenza nella progettazione degli algoritmi “giudiziari”; dovremmo batterci perché sia assicurata la trasparenza degli algoritmi; dovremmo pretendere la creazione di algoritmi che assicurino la tutela dei diritti fondamentali come previsti dalla Costituzione, dalla Carta dei diritti fondamentali, dalla Convenzione europea dei diritti dell’Uomo.
Come potete vedere ci aspettano comunque anni assolutamente interessanti.

NOTE

1 LAN (Local Area Network) rete in area locale, cioè una rete che collega fra loro computer posti nello stesso edificio.
2 Le percentuali ricomprendono sia la parte hardware che la parte software.
3 VPN (Virtual Private Network) rete virtuale di telecomunicazioni privata, tra soggetti che utilizzano, come tecnologia di trasporto, un protocollo di trasmissione pubblico e condiviso, come ad esempio la rete Internet.
4 L’uso delle tecnologie multimediali e di Internet diretto a migliorare la qualità dell’apprendimento facilitando l’accesso alle risorse e ai servizi, gli scambi in remoto e la collaborazione a distanza.
5 Espressione coniata nel 1958 da Hans Peter Luhn, ricercatore della IBM, che ricomprende l’insieme dei processi aziendali per la raccolta e l’analisi dei dati e delle informazioni strategiche; la tecnologia utilizzata per realizzare questi processi; le informazioni ottenute come risultato di questi processi. Fuori dalle realtà aziendali, nel mondo delle associazioni gli stessi processi vengono definiti “social intelligence”.
6 Struttura di dati condivisa e immutabile. È definita come un registro digitale le cui voci sono raggruppate in blocchi, concatenati in ordine cronologico, e la cui integrità è garantita dall’uso della crittografia. La struttura è immutabile in quanto il suo contenuto una volta scritto non è più né modificabile né eliminabile, pena l’invalidazione dell’intera struttura.
7 L’Intelligenza Artificiale è diretta alla progettazione di sistemi hardware e di software capaci di fornire all’elaboratore elettronico prestazioni che, a un osservatore comune, sembrerebbero essere di pertinenza esclusiva dell’intelligenza umana (ad es., nelle sue forme più elementari, Apple Siri, Google assistant, Amazon Alexa, et similia).
8 ICT (Information Communication Technology): cioè l’insieme delle tecnologie che consentono il trattamento e lo scambio delle informazioni in formato digitale.
9 Franca Alacevich, Andrea Bellini e Annalisa Tonarelli: Una professione plurale. Il caso dell’avvocatura fiorentina, Firenze University Press, 2017.
10 Vi è però una deroga: ciò è invece possibile qualora sia necessario per la conclusione o esecuzione di un contratto tra l’interessato e il titolare del trattamento, oppure sia autorizzato da una legge europea o dello Stato membro, o infine sia basato sul consenso esplicito dell’interessato. Vi sono ulteriori deroghe collegate alla necessità di salvaguardare interessi pubblici in ipotesi tipiche (sicurezza pubblica; prevenzione e repressione dei reati).

Fonti.

• Franca Alacevich, Andrea Bellini e Annalisa Tonarelli: Una professione plurale. Il caso dell’avvocatura fiorentina, Firenze University Press, 2017, (Studi e saggi; 175) ISBN 978-88-6453-603-3.
• Osservatori Digital Innovation – School of Management del Politecnico di Milano, Dati, dati, dati: l’Umanesimo digitale per i Professionisti, Convegno 08.05.2019 Aula Magna Carassa e Dadda, campus Bovisa, Milano.
• Yuval Noah Harari, 21 lezioni per il XXI secolo, Giunti, 2018, ISBN: 9788858779620.
• Stefano Rodotà, Iperdemocrazia, Laterza, 2004, ISBN: 9788858109502.
• Evgeny Morozov, Internet non salverà il mondo, Mondadori, 2016, ISBN: 9788852049941.
• Stefano Rodotà, Il mondo nella rete. Quali i diritti, quali i vincoli, Laterza, 2014, ISBN: 9788858111659.
• Neil Postman, Technopoly: The surrender of culture to technology, Vintage Books, 1992, ISBN: 9780679745402.
• Simone Arcagni, Visioni digitali, Einaudi, 2016, ISBN: 9788858421604.

 

 

 

PCT Indietro tutta – il sequel!!!

Come già osservato – e paventato – in un precedente articolo pubblicato all’indomani dell’approvazione della legge delega 29 aprile 2016, n. 57, nella seduta del 5 maggio 2017 il Consiglio dei ministri ha approvato, in esame preliminare, un decreto legislativo che completa la riforma organica della magistratura onoraria.

In particolare per quanto attiene alle competenze e funzioni del giudice di pace gli artt. 27-29 introducono in sede civile:

  • l’estensione dei casi di decisione secondo equità per tutte le cause di valore fino a 2.500 euro;
  • l’aumento della competenza per valore che passa dai 5.000 ai 30.000 euro per le cause relative a beni mobili ed aumenta fino a 50.000 euro per quelle riguardanti il risarcimento dei danni da circolazione di veicoli e imbarcazioni.
  • la competenza esclusiva (tranne limitatissime eccezioni) per le cause condominiali (oggetto dei procedimenti di mediazione), quelle sui diritti reali e di comunione e i procedimenti di espropriazione mobiliare presso il debitore e di terzi.

In sede penale, al giudice di pace saranno attribuite nuove fattispecie di reato: la minaccia ex art. 612 c.p.; le ipotesi di furto perseguibili a querela; l’abbandono di animali; il rifiuto di fornire le generalità alle forze dell’ordine; e con i limiti stabiliti dalla legge delega: contravvenzioni; delitti puniti con la pena della reclusione non superiore nel massimo a 4 anni o con la multa, sola o congiunta alla predetta pena detentiva; resistenza a pubblico ufficiale ex art. 337 c.p.; rissa; ricettazione e le contravvenzioni per la sicurezza alimentare.

Si deve purtroppo osservare che i timori a suo tempo espressi hanno trovato piena conferma: l’estensione, quantitativa e qualitativa, della competenza viene stabilita senza essere preceduta od accompagnata da alcuna disposizione che estenda il PCT (sia sotto il profilo normativo, che sotto quello prettamente concreto e telematico) anche al Giudice di Pace.

E come poteva essere altrimenti? Si tratta dell’ennesima riforma a “costo zero”, o più esattamente, come recita l’art. 36, “senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica” (che in fiorentino si traduce con la felice espressione “friggere con l’acqua”).

L’unica speranza è che, trattandosi di uno schema di decreto, approvato in esame preliminare, prima della sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, vi sia una maggiore riflessione sulle REALI conseguenze (quelle analogiche per essere precisi) del provvedimento.

Qui di seguito potete scaricare lo schema del decreto: DOWNLOAD.

PCT: INDIETRO TUTTA!!!

Il ritorno del processo alla carta.

E’ di oggi la notizia dell’approvazione della legge delega che porterà ad una completa riforma del Giudice di Pace, della quale sembra imminente la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale e quindi la conseguente entrata in vigore.

Avrete avuto modo di leggere sulle varie riviste online i punti salienti della riforma che toccano la competenza per valore e quella funzionale; il sistema di arruolamento e tutta la parte amministrativa della nuova figura di magistrato onorario che sarà il GOP.

Voglio condividere quindi alcune personalissime impressioni, così… a caldo, con tutta l’approssimazione dovuta al fatto di non aver ancora approfondito la portata della riforma nella sua interezza. Mi scuso anticipatamente per tutto ciò, ma vorrei sollecitare un dibattito chiarificatore con chi mi legge, che magari mi correggerà ed illuminerà.

Personalmente ritengo che l’innalzamento della competenza per valore ai limiti di 30.000/50.000 significhi lo spostamento verso il GOP di circa il 40% del contenzioso attualmente gestito dal Tribunale, percentuale che potrebbe essere anche superiore ove si consideri l’ampliamento della competenze funzionali in materia di esecuzione forzata, condominio ecc.
Quindi una massa importante di cause verrà dirottata verso un ufficio giudiziario privo di alcuna interazione col PCT, e peraltro recentemente interessato da una massiccia opera di revisione della cd. “geografia giudiziaria”.

Qual’è il senso? Quale può essere la logica, l’utilità, dopo tutti i costi, in denaro, studio, formazione, istruzione del personale, ammodernamento tecnologico, che ha interessato in questi ultimi anni, da un lato il ministero, ma dall’altro – e soprattutto – gli avvocati, i consulenti tecnici e gli altri ausiliari del giudice?

Qual’è il senso di un tale ritorno alla carta che appare assolutamente contrastante con la volontà di accelerare e migliorare l’efficienza del sistema giustizia mediante la digitalizzazione, peraltro confermata ed implementata dalla sua estensione anche al PAT (processo amministrativo telematico) che partirà a luglio 2016 e al PTT (processo tributario telematico) che muove i primi sperimentali passi proprio nella nostra Toscana?

Qual’è il senso di demandare a uffici privi di qualsiasi imminente possibilità di ingresso nel circuito telematico, una così imponente massa di contenzioso quando dall’altra parte, per esigenze di ragionevole durata del processo (i fatidici 500 giorni di durata media) si stanno per apportare ulteriori importanti modifiche al codice di procedura civile, inserendole nell’ennesima imminente riforma della legge fallimentare, con ciò anticipando quella che doveva essere una riforma organica del processo civile a compimento del lavoro svolto dalla Commissione Berruti, con tanto di testo unico del PCT?
Non oso pensare alle ore che ci toccherà spendere per risolvere le inevitabili problematiche di raccordo con le norme esistenti – e con quelle che poi verranno – anche solo per determinare il momento esatto dell’entrata in vigore ed il loro rapporto con le cause pendenti. Mi vengono francamente i brividi.

Non capisco come si possa sperare di conciliare le esigenze di accelerare la definizione dei processi affidandoli a magistrati onorari pagati – poco – solo quando pubblicano una sentenza, ma – soprattutto – a udienza. Mi viene in mente un vecchio antipatico adagio “processo che pende… processo che rende!” che, da molti anni sembrava morto e sepolto.

Cosa dire poi ai colleghi operanti in distretti nei quali gli uffici del Giudice di Pace sono stati chiusi, i quali, in assenza di una possibilità di interazione telematica col GOP, dovranno necessariamente armarsi e partire verso le più centrali, ma sicuramente maggiormente distanti, nuove strutture territorialmente competenti.

A fronte del possibile scenario da Day After che ho sopra delineato, ho avuto modo di leggere in questi giorni, la positiva azione del CNF, nella persona del Presidente, sul problema delle miserrime competenze degli avvocati di Equitalia. Non me ne vogliano quei Colleghi se giudico l’intervento non solo estraneo alle funzioni del Consiglio Nazionale Forense, ma assolutamente fuorviante. Ritengo che, a conti fatti, potranno smettere di far la spesa al discount e forse permettersi la ben più lussuosa grande distribuzione, ma ritengo anche che ciò non possa costituire una risposta veramente efficace nè ai loro personali problemi, nè a quelli che preoccupano ed angustiano la nostra bella, maledetta e irrinunciabile professione.

Sbaglio a pensare che le energie del CNF potevano forse – con maggior efficacia e miglior rispetto delle funzioni istituzionali ad esso demandate – essere indirizzate ad intervenire sulla riforma del Giudice di Pace? Peraltro nessuna informazione mi sembra sia stata pubblicata su “Il Dubbio” che magari, come giornale edito proprio dal CNF qualche commento avrebbe potuto farlo. Ma forse l’azione di “bannamento” dei commenti indesiderati, che molti colleghi stanno recentemente denunziando, ha lasciato poco tempo per occuparsene. D’altronde il nostro è un paese che ha sempre amato i Masaniello, mentre non pare aver mai compreso Voltaire (che proprio il “dubbio” e la ragione aveva innalzato a religione civile).

Tengo a sottolineare che quanto ho scritto è frutto di considerazioni assolutamente personali, non preventivamente condivise, fatte proprie, nè ancor meno discusse con i Colleghi ed amici del Sindacato Avvocati di Firenze e Toscana, della cui ospitalità mi sono vergognosamente approfittato, ma spero vivamente con queste poche righe di dare spunto ad una riflessione, un dibattito, una critica che vada oltre la mera, consueta e bovina lamentatio, ed a cui mi auguro contribuiscano TUTTI gli appartenenti al Foro, indipendentemente dalla loro affiliazione associativa.
Il Sindacato, as usual, offrirà la possibilità di un’analisi organica e ponderata ed un’azione concreta anche su questa nuova vicissitudine professionale ed umana.

Un caro saluto a tutti.

Avv. Paolo Assirelli

Articolo pubblicato nel sito del Sindacato Avvocati di Firenze e Toscana.

Il punto sulla procura ad litem (Cass. SS.UU. n. 4909 del 14.03.2016).

Con una recente sentenza le Sezioni Unite della Suprema Corte sono intervenute facendo il punto sulla natura ed i limiti della procura alle liti.

Ribadito che i poteri del difensore discendono direttamente dalla legge – per cui la procura realizzare unicamente la scelta e la designazione dell’avvocato – la sentenza affronta, e risolve, il problema dei rapporti tra la procura e l’appello incidentale e, soprattutto, con l’azione di garanzia impropria.

Qui di seguito potete trovare un estratto della sentenza.

Avv. Paolo Assirelli

Cass. SSUU 4909_03_2016

Sulle specifiche tecniche per l’attestazione di conformità dei documenti informatici separati (GU Serie Generale n. 4 del 7-1-2016).

Con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale n. 4 del 7 gennaio 2016, il noto affaire delle modifiche alle specifiche tecniche, richieste dal comma 3 dell’art. 16 undecies del DL 179/12 introdotto con la legge di conversione del decreto legge n. 83/15, ha finalmente trovato la sua soluzione (si spera definitivamente).

Esaminando il testo dei due articoli sembra – ad una prima lettura – che, almeno per una volta il Direttore Generale dei servizi telematici del Ministero della Giustizia abbia optato per una definizione ragionevole del problema, senza ricorrere alle – da molti – paventate ulteriori complicazioni (si era giunti a teorizzazioni su incredibili impronte e financo all’apposizione della famigerata marca temporale, con i conseguenti ulteriori esborsi).

Sia nel caso del deposito di documenti, originariamente cartacei (rectius analogici), sia nel caso della loro notifica a mezzo PEC, dunque non vi è alcun bisogno di macchinose attestazioni a mezzo hash o riferimenti temporali, poiché si è riconosciuto che la “collazione viruale” tra i vari files contenenti l’immagine informatica di atti e/o documenti originariamente cartacei, viene ad essere realizzata proprio dal tramite: nel primo caso (il deposito) dalla cd. “busta”, nel secondo (la notifica) dalla stessa struttura tecnica del messaggio di PEC, che – in pratica – riunisce al suo interno in unico file tutti i diversi files che desideriamo notificare ed al quale il proprio gestore dei servizi provvede ad apporre ulteriore firma digitale a chiusura dell’intero contenuto dell’invio.

In entrambi i casi l’unica novità di rilievo è quella rappresentata dalla necessità di indicare nell’attestazione (per il deposito) o nella relata (per la notifica) il nome del/i file/s che intendiamo trasmettere, seguiti dal suffisso .pdf.

Poiché per quanto attiene ai depositi l’art. 19 ter fa inoltre riferimento all’inerimento dei dati identificativi del documento informatico contenente l’attestazione, nonchè del documento cui essa si riferisce, “nel file DatiAtto.xml di cui all’art. 12, comma 1, lettera e.”, appare chiaro che i vari redattori (o modellatori) dovranno essere conseguentemente integrati, con modifiche che appaiono assolutamente “leggere” e che, in ogni caso, venendo formate in automatico dal sistema, non richiederanno alcuna ulteriore attività da parte dell’avvocato-utente.

Resta invece come incognita l’esatta portata del 5° comma dell’articolo dove si scrive “In ogni altra ipotesi, l’attestazione di conformità è inserita in un documento informatico in formato PDF contenente i medesimi elementi di cui al primo comma, l’impronta del documento informatico di cui si sta attestando la conformità e il riferimento temporale di cui all’art. 4 comma 3 del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 13 novembre 2014.”.

Riteniamo, a nostro modesto e provvisorio, parere che la ricomparsa della temutissima hash e dell’incompreso riferimento temporale, debbano valere – come norma di chiusura – innanzitutto per eventuali e futuri utilizzi telematici non ancora implementati.

Nell’immediato, tale ulteriore garanzia di immodificabilità del contenuto del/i file/s potrebbe applicarsi:

a) alle comunicazioni telematiche effettuate dalle cancellerie, in quanto esse non costituiscono né deposito, né tantomeno notifica, ai sensi della L. 53/94;

b) all’invio telematico di tale/i file/s ad un destinatario mediante un messaggio di posta elettronica ordinaria (quindi non PEC);

c) nel caso di un contratto o una scrittura privata (redatti in forma digitale) che costituiscano una transazione e nel quale si includano (quali allegati) atti processuali, originariamente cartacei (analogici);

d) nell’ipotesi di invio, al Curatore fallimentare, dell’insinuazione al passivo, che pur avvenendo per il tramite di un messaggio PEC, non mi sembra possa essere definito quale deposito e sicuramente meno che mai quale notifica ai sensi della L. 53/94.


Ipotesi A: DEPOSITO TELEMATICO.

1) con il vostro software di videoscrittura preferito, predisponete l’attestazione di conformità, che può avere anche questa forma:

ATTESTAZIONE DI CONFORMITÀ

Il sottoscritto Avv. [………………………] del Foro di [………………………], con la presente

ATTESTA

in virtù del combinato disposto dagli artt. 16 decies e 16 undecies, comma 3, del DL. 179/12, che la copia informatica [NOME FILE.pdf] è conforme all’originale analogico (o alla copia conforme analogica) del [DESCRIZIONE ATTO – RG N. ………………….. emesso dal Tribunale di …………………. in data …………………………] dal quale è estratta.

[Luogo e data]

Avv. [………………………]

2) Una volta completato il file nelle parti variabili, potete salvarlo (o stamparlo) in formato PDF nativo (quindi senza scansione).

3) Apponete al file .pdf, come sopra ottenuto, la vostra firma digitale.

4) Caricate nella busta telematica il file .pdf con l’attestazione di conformità e il file .pdf della copia informatica che volete depositare.


Ipotesi A: NOTIFICA PEC.

1) con il vostro software di videoscrittura preferito, predisponete la consueta relata di notifica con gli elementi richiesti dalla L. 53/94 (atr. 3 bis), alla quale aggiungerete l’attestazione di conformità della copia informatica da allegare, , che può avere anche questa forma:

Il sottoscritto Avv. [………………………] del Foro di [………………………], con la presente

ATTESTA

in virtù del combinato disposto dagli artt. 16 decies e 16 undecies, comma 3, del DL. 179/12, che la copia informatica [NOME FILE.pdf] è conforme all’originale analogico (o alla copia conforme analogica) del [DESCRIZIONE ATTO – RG N. ………………….. emesso dal Tribunale di …………………. in data …………………………] dal quale è estratta.

2) Una volta completato il file della relata nelle parti variabili, potete salvarlo (o stamparlo) in formato .pdf nativo (quindi senza scansione).

3) Apponete al file relata.pdf, come sopra ottenuto, la vostra firma digitale.

4) Allegate al messaggio PEC il file relata.pdf e il file .pdf della copia informatica che volete depositare.